Quando crescere vuol dire lasciare andare

A volte basta un attimo di silenzio, un respiro più profondo del solito, per accorgersi di quanto tutto ciò che viviamo con i ragazzi ci tocchi dentro. Ci sono momenti in cui li guardiamo e sentiamo una fitta al cuore: la paura di non fare abbastanza, il desiderio di proteggerli da ogni cosa, e allo stesso tempo la consapevolezza che prima o poi dovremo lasciarli camminare da soli.


Guardo verso l’alto, la sbarra della “lateral machine” sta ancora ondeggiando, non si è ancora fermata dalla serie precedente.

Ovidio sta facendo altri esercizi con i manubri, come dice lui “mi metto in moto” e fra una serie e l’altra parliamo del più e del meno, della scuola, della palestra, dei ragazzi. Il tutto si somma al tutto.

Parliamo dei “nostri” tempi, quando ancora giravano i dinosauri, e dell’adesso. Non c’è che dire, un qualche cosa è cambiato! Noi tornavamo da scuola e c’era il campo da calcio, c’erano gli amici, c’era il ritrovo davanti alla chiesa a chiacchierare, la voglia di stare assieme anche solo per la voglia di stare assieme.

Mamma, papà e scuola erano dei punti di riferimento fissi. I primi due erano i dispensatori della vita, ti correggevano a modo loro e mai nessuno è morto, anzi la classe dirigenziale e lavoratrice che abbiamo adesso si basa su valori ben fissati nelle persone. Un’educazione fatta sulla giornata e creata sul rispetto delle persone.

La scuola… erano cavoli. La parola della maestra o del professore erano la legge e nessuno si azzardava a metterli in dubbio. Anche sulle punizioni, sulle insufficienze e sulle (parola molto temuta attualmente)… bocciature.

Penso che adesso siamo arrivati a un punto in cui i genitori abbiano un po’ dimenticato come sono stati cresciuti, quali profondi valori gli sono stati da dei genitori, e adulti, che hanno provato a educare nel loro modo migliore. Non mi pare che abbiano fatto un brutto lavoro. Anzi!

Mi sono trovato con Ovidio a parlare di questo argomento molto attuale. Far fare ai ragazzi la loro strada, fargli capire il giusto e lo sbagliato senza sostituirsi sempre a loro, far capire che il professore, l’autorità va difesa e non crocefissa. Le possibilità di apprendimenti, di crescita sono infinite solo se si è pronti a scavare, a cercare di far crescere non nella bambagia ma alle intemperie della vita. Ci saranno volte in cui i ragazzi saranno in salita e altre in discesa, altre in cui cammineranno sulla soffice erba, altre che avanzeranno a piedi nudi sui sassi.

Noi adulti siamo lì per aiutarli, per far capire loro che la vita non è né rosa né nera. La vita è vita. Non saremo per sempre al loro fianco ad aiutarli e allora che faranno? Cercheranno aiuto da altri (sperando che incontrino persone per bene) o proveranno a risolvere loro la situazione?

Noi dovremmo arrivare al perché siano indipendenti, che si “stacchino” da noi, che prendano anche il pugno in faccia sì ma che abbiano la forza per cacciare indietro le lacrime e sviluppino la forza di rialzarsi più forti di prima. Allora abbiamo vinto.

Loro devono essere impegnati a osservare, a sentire, a provare… a guardare attraverso la lente della loro curiosità. Se vengono protetti da tutto e da tutti il cervello va in blocco perché ci sono “altri” che fanno il suo lavoro e lui va a risparmio. Non perde energie per pensare.

Il mondo che potranno vivere sarà completamente nuovo e non sarà noioso o spaventoso come immaginiamo noi adulti.

I ragazzi devono cercare, imparare, osservare, parlare, ascoltare ogni situazione che loro vivono o vivranno. Devono imparare anche a fare una pausa per vedere ciò che li circonda. Troppe volte il ragazzo viene caricato perché “deve” essere occupato altrimenti si annoia.

C’è sempre qualche cosa cui fare caso, ricordate, e molte volte la cosa più preziosa che possono scoprire è quella che forse potrebbe destabilizzarli (una nota, una sgridata dal docente o da un adulto, una… bocciatura) e questo gli dà la possibilità di iniziare a uscire da un loop che loro stessi o qualcun altro ha creato solo perché “li amano”.

Molte volte sembra che l’adulto si stia concentrando sulla “sua vita” su quello che a “lui” è mancato e non vuole far in modo che il ragazzo abbia delle “mancanze” non comprendendo che la direzione della vita del ragazzo non è la sua ma è un’altra. La vita del ragazzo è in corso. Noi non possiamo proteggerlo per sempre da tutto e da tutti. Possiamo fare un lavoro diverso: dobbiamo accompagnarlo facendo capire il bene e il male. Il dovere e il piacere. La libertà e la prigionia.

L’adulto ogni tanto dovrebbe rinunciare alla propria, scusate il termine, “sovranità” al proprio potere personale. Lasciando che il ragazzo rivendichi il suo percorso, la sua esperienza. L’adulto dovrebbe dare una mano in questo e rendere responsabile il ragazzo del suo percorso, della sua vita e della sua crescita.

 

Educare non significa costruire una strada perfetta davanti ai ragazzi, ma renderli capaci di camminare anche quando la strada si spezzerà.

Se avranno occhi attenti, una mente curiosa e la forza di rialzarsi, allora sì, avremo fatto il nostro vero lavoro di adulti.

 

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