Quando le parole fanno ginnastica e... inciampano!
Sabato sera... Divano, gambe allungate sulla penisola, telecomando in mano e pollice allenato a fare zapping. i canali si susseguono, le luci cambiano inondando il soggiorno di colori.
Capitiamo su uno dei canali principali.
Un professore parla dell’importanza
dell’attività fisica: corpo, mente, cervello. Tutto giusto, tutto
condivisibile.
Finisce il servizio e ne parte subito un
altro: ragazzi di un istituto agrario che donavano il loro tempo agli
anziani per riscoprire il valore della gentilezza. Bello. Davvero. Un piccolo
sospiro di sollievo... non è ancora tutto perduto!
Poi arriva il tema sicurezza.
Telecamere. Città extra-europea super
controllata. Criminalità in calo. Si torna in studio, si parla di privacy, di
controllo, di limiti, di Orwell e di “1984”.
Il classico dibattito: sicurezza sì, ma senza esagerare.
Finché, a un certo punto, il presentatore,
mi auguro in modo “innocente”, fa un esempio: due giovani nuotatrici italiane
individuate dalla videosorveglianza di un negozio mentre… prelevavano dei
profumi… Prelevavano.
Ecco, lì mi si è accapponata la pelle.
Perché andando a leggere le notizie,
quelle due ragazze sono accusate di furto… non di prelevamento!
E allora fermiamoci un attimo sulle
parole.
PRELEVARE
Suona… neutro, ordinato. Prelevi soldi al bancomat. Prelevi un campione. Prelevi
qualcosa che, in qualche modo, ti spetta.
RUBARE
È un’altra cosa! È forte. È chiaro. Indica un’azione sbagliata, con
conseguenze reali: una denuncia, una fedina penale macchiata, un giudice.
Cambiare rubare con prelevare
non è una sfumatura linguistica: è... sminuire un fatto grave.
Non tanto per le ragazze coinvolte, ma per
chi ascolta da casa e potrebbe pensare che, in fondo, “prelevare” non sia poi
così grave.
Le parole costruiscono la realtà.
Danno peso alle azioni.
E usarle male, soprattutto in un servizio
pubblico, non è un dettaglio: è una responsabilità!
Perché se iniziamo a chiamare le cose con
nomi più morbidi, rischiamo di rendere morbida anche la percezione di ciò che è
giusto e di ciò che non lo è.
Allenare il corpo fa bene… Allenare la mente anche!
Ma forse, ogni tanto, bisognerebbe fare un
po’ di ginnastica alle parole… prima che qualcuno “prelevi” anche il
significato delle cose.
Perché chi parla a tante persone non si limita a raccontare quello che è successo.
Nel farlo insegna anche come guardare le cose, come interpretarle.
Decide, spesso senza accorgersene, dove mettere il confine tra ciò che è normale e ciò che non lo è, tra quello che si può fare e quello che invece è sbagliato.
E in questo modo indica, a chi ascolta, dove finisce ciò che è giusto e dove comincia ciò che è sbagliato; dove finisce ciò che è accettabile e permesso e... dove comincia ciò che non lo è più!

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