il traguardo che ci modella
A volte il traguardo non è una linea bianca sul terreno: è un momento, un respiro, una sensazione che arriva quando meno te l’aspetti. In questi giorni mi è tornata in mente una corsa campestre che si faceva nel mio quartiere, negli anni ’80 la “Stracada”. Una corsa semplice, di quelle che profumano di erba bagnata e di mattine fresche. E mi sono accorto che era la metafora perfetta del mio percorso nel Taekwon‑Do.
Si partiva in tanti. L’aria era frizzante, le scarpe leggere, le gambe piene di energia. Il cuore batteva forte… di entusiasmo. Ci si guardava negli occhi: “dai, che ce la facciamo”. Il rumore delle prime falcate era un misto polvere di cemento e di terra smossa e fiato corto, ma si rideva, si parlava con l’amico accanto, si osservavano gli altri correre. Ognuno cercava il proprio ritmo, qualcuno pensava alla tecnica, qualcuno solo a non inciampare.
Poi il tempo iniziava a cambiare. Il sudore scendeva lungo la schiena, il respiro diventava più caldo, più veloce. Le gambe, prima leggere, cominciavano a pesare. Il gruppo si apriva, si allungava, si spezzava: ognuno entrava nel proprio mondo. C’era chi rallentava, chi accelerava, chi si fermava a camminare. Chi correva per stare insieme, chi spingeva una carrozzina, chi guardava il paesaggio. La corsa era la stessa, ma l’esperienza era diversa per tutti.
Intanto i metri diventavano chilometri. Il terreno sotto i piedi cambiava colore, consistenza, profumo. E nella testa arrivavano le domande: “chi me l’ha fatto fare?”, “perché mi sono iscritto?”. Ma le gambe continuavano ad andare avanti, ostinate, perché sapevano che prima o poi il traguardo sarebbe arrivato.
A un certo punto ti accorgevi che stavi correndo davvero tu. Non gli altri al posto tuo. Il tuo traguardo era lì, fatto per essere superato con i tuoi tempi, con il tuo respiro, con la tua fatica.
E nelle arti marziali, penso al mio Maestro e ai compagni di viaggio, è stato uguale. Siamo partiti in tanti. Abbiamo riso, sudato, discusso, imparato. Alcuni si sono persi lungo la strada, altri sono rimasti. Ognuno ha raggiunto un traguardo diverso: chi una cintura, chi una consapevolezza, chi un ricordo bello da portare con sé. E noi, quelli che sono arrivati all’insegnamento, abbiamo trovato un traguardo che ci ha cambiati davvero.
Volti, sorrisi, incontri e scontri ci hanno modellato come atleti, come persone, come insegnanti. Il mio traguardo non è stato una vittoria: è stato un cambiamento.
Mi ha fatto crescere, mi ha smussato certi angoli spigolosi, mi ha insegnato che ogni percorso è unico e che la meta non è mai la stessa per tutti.
E forse è proprio questo il bello: il traguardo non è un punto d’arrivo, ma un punto in cui ti rendi conto di chi sei diventato.
Ed è importante far capire che questi valori non devono andare persi: perché più persone si impegnano a insegnarli, più il mondo, grazie a questa fatica silenziosa e ostinata, può davvero cambiare, un passo alla volta, proprio grazie a noi.
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